Bilanci e riflessioni attorno al 4 marzo

1964

Bilanci e riflessioni attorno al 4 marzo

A distanza di una settimana dalle elezioni politiche, proponiamo alcune considerazioni a freddo sull’esito delle votazioni e sugli scenari che si aprono nel prossimo futuro.

  • Uno sguardo dall’interno su Potere al Popolo.

Partiamo da Napoli, dove, sebbene territorialmente circoscritti all’area flegrea, abbiamo scelto di attraversare in maniera attiva la campagna elettorale, sostenendo la sfida di Potere al Popolo per tre motivazioni principali.

In primo luogo perché, nella fase attuale di crisi globale dei movimenti, ci è sembrato importante provare a irrompere nel dibattito elettorale con temi messi all’angolo dal dibattito mainstream, fortemente schiacciato da rancore, razzismo, rigurgiti fascisti e sovranisti che fanno il paio con la brutalità delle politiche neoliberali che hanno segnato le linee di governo in questi dieci anni di crisi.

In secondo luogo per cominciare ad estendere la gittata del lavoro sociale e politico che da anni conduciamo su alcuni territori della città, nella (lunga) prospettiva che ci vedrà impegnati nel corso dei prossimi anni in un percorso di “assalto” alle istituzioni cittadine e di trasformazione radicale della città di Napoli. La campagna elettorale ci ha infatti fornito uno strumento aggiuntivo per non subire passivamente il dibattito elettorale e parlare, con altri strumenti, ad una fetta di coloro che vivono quei territori nei quali agiamo quotidianamente e dal basso da alcuni anni a questa parte.

Infine, sebbene concentrati sulla città, abbiamo ritenuto utile sostenere attivamente un tentativo, problematico e contraddittorio, di costruzione di una proposta politica nuova su base nazionale ma radicata nelle lotte sociali e territoriali e, finalmente, sganciata dalla miseria politica dei rottami della sinistra istituzionale. Ci sembra, infatti, che nella crisi attuale dei movimenti, quella di miriade di lotte e realtà di base disseminate nel paese possano rafforzarsi dalla ricostruzione di un un orizzonte comune di trasformazione della società, chiaramente a patto che questo non resti schiacciato nel solo ambito della rappresentanza.

 

Nel collegio dell’area Nord-Ovest dove, con la candidatura di Salvatore Cosentino, ci siamo materialmente impegnati nel progetto di Potere al Popolo, abbiamo ottenuto un risultato che, alla luce del contesto, ci sembra decisamente buono: più di 3000 voti, con ottimi risultati nei quartieri di Bagnoli e della difficilissima Soccavo. La periferia occidentale di Napoli, in particolare Soccavo-Pianura, è infatti un territorio dove il voto di scambio ha imperato negli scorsi decenni in ogni elezione politica. L’effetto 5 Stelle (che grazie ai nomi forti di Roberto Fico e Paola Nugnes ha ottenuto il 57% delle preferenze in questo collegio) ha travolto tutti e in particolar modo partiti come Fratelli d’Italia (ferma al 2,5%, nonostante la movimentazione di ingenti pacchetti di denaro).

In questo contesto, attraversato da forze molteplici e contrarie, il progetto di Potere al Popolo ha più che resistito. Pur consegnando una percentuale a prima vista non entusiasmante (3,16%), il risultato ci testimonia il lavoro di relazione e radicamento costruito sul territorio nel corso di questi anni. Non a caso, su questo collegio Potere al Popolo si è attestata come 4° forza politica, superando anche Liberi e Uguali. Un caso raro nel panorama nazionale e unico anche nella città di Napoli.

Al di là dei numeri, infine, la campagna elettorale ci ha permesso di parlare anche su porzioni di territorio diverse, di aggregare nuove forze militanti e di intrecciare relazioni con altre realtà locali. Non è un caso, probabilmente, che nel collegio flegreo abbiamo incontrato il supporto di oltre 150 rappresentanti di lista che, con la loro presenza, hanno restituito nel giorno del voto la dimensione di reticolare partecipazione che esiste alle spalle della candidatura di Salvatore.

Da queste basi è importante -non ripartire- ma continuare, costruendo i prossimi passaggi volti a trasformare anche tutti i positivi segnali di consenso di questa esperienza, in una partecipazione concreta (e innovativa, se necessario) nei percorsi di organizzazione e mobilitazione sociale, territoriale e metropolitana.

 

Sul territorio napoletano Potere al Popolo ha ottenuto uno dei migliori risultati. Un esito prevedibile, essendo partita da qui la proposta di candidatura ma, tuttavia, al di sotto delle aspettative. Si è pagato, tra le varie cose, la vittoria del “voto utile contro” che ha determinato l’exploit del Movimento 5 Stelle in tutto il territorio nazionale. La nostra città, però, ha registrato anche a questo giro forti discontinuità rispetto al trend del paese. Napoli è la città con il più basso tasso di affluenza del paese (62% dei votanti), dove la Lega raccoglie il dato più basso di tutta Italia (2,5%, comunque eccessivamente alto!), e dove le forze democratiche e progressiste raccolgono il 6,5% dei consensi. Il dato napoletano è un parziale indicatore della profonda spaccatura che esiste nel paese: il Sud, con i suoi tassi di povertà dilagante ed emarginazione sociale, vota in massa per il Movimento 5 Stelle; il Nord, al contrario, consegna un consenso enorme ai partiti razzisti e xenofobi. Un paese spaccato in due non solo dal voto, ma sul piano sociale ed economico. Il Nord viaggia a ritmi di crescita maggiori della Germania e il Sud continua a vivere al di sotto della soglia di povertà, con spaventosi tassi di disoccupazione e senza alcun orizzonte concreto di inversione di rotta.

In generale il risultato napoletano di Potere al Popolo non può lasciare entusiasti, ma crediamo sia poco utile non leggere questo risultato dentro il panorama generale e dentro i flussi che hanno maggiormente caratterizzato queste elezioni.

 

Il dato che ci sembra più sorprendente è quello che vede sostanzialmente intatta l’affluenza. Il partito dell’astensione si ferma nuovamente intorno ad ¼ del paese (moltissimi lo consideravano in crescita, aspettandosi almeno il 33% di astensione). Non crediamo che questo ci indichi una rinnovata fiducia nelle istituzioni e nel sistema della democrazia rappresentativa. Piuttosto, per quello che abbiamo visto nella nostra città e più in generale al Sud, è il risultato dell’enorme affermazione delle forze antisistema e in particolare dei 5 Stelle. Crediamo di poter affermare con tranquillità che la maggioranza della popolazione italiana sia scesa a votare con l’intento di “mandare a casa” i partiti costitutivi della seconda Repubblica e degli ultimi 25 anni di politica italiana, piuttosto che per far affermare le forze politiche vincitrici da questa tornata. Una percezione che si rafforza se compariamo i risultati delle politiche con le regionali. In particolare nel Lazio, dalla prima alla seconda, i 5 Stelle hanno perso quasi 300.000 voti.

 

Un’ultima considerazione interessa invece il risultato di Potere al Popolo sul nazionale, la cui analisi è necessaria per immaginare la strada da percorrere nel corso dei prossimi mesi.

La percentuale complessiva raggiunta da Potere al Popolo è sostanzialmente deludente. Se il 3% era un obiettivo quasi irraggiungibile (in particolare con queste percentuali di affluenza), crediamo che per guardare positivamente all’intervento nello scenario di queste politiche fosse necessario almeno raddoppiare i consensi che sono stati ottenuti. In un quadro che, nonostante tutto l’inedito e positivo sforzo, è stato segnato da un dibattito prevalentemente slegato da programmi, proposte e iniziative di lotta, il processo avviato ha il merito di aver comunque convinto più di 400.000 persone (un numero importante, ma una briciola rispetto al paese) ed inserire temi nuovi nel dibattito elettorale. Non è tuttavia il caso di processarsi, ma fare tesoro delle indicazioni che questa esperienza ha evidenziato.

 

Il dato più importante da sottolineare è relativo al target del progetto. Questa tornata elettorale ha confermato qualcosa che in parte era già sotto gli occhi di tutti da tempo: il “popolo della sinistra” a cui ha provato a parlare in questi mesi Pap non esiste, o quantomeno non esiste oggi uno spazio credibile per farlo esprimere. Le forze populiste catalizzano, in forme diverse, le tensioni sociali di una parte consistente di quel 99% che soffre sfruttamento, povertà e precarietà.

Il linguaggio e la forma politica di un qualsivoglia progetto futuro che parta dall’esperienza di Pap alle politiche di quest’anno dovrà necessariamente tenere in conto questo dato cruciale.

A questo proposito riteniamo importante (solo) abbozzare una riflessione in questa sede: in primo luogo, occorre concentrarsi con ancora maggiore attenzione sulle città e sui territori. Questi spazi oggi risultano ancora più importanti di ieri se si vuole spingere più intensamente sul piano del sociale e dei rapporti “di classe” la critica delle forze antisistema. Crediamo, a questo proposito, che i percorsi e le vertenze aperti in questi anni sul fronte cittadino, dall’emergenza abitativa alla vertenza per il lavoro e per il reddito, dalla lotta per Bagnoli e per l’ex area Nato, passando per il riconoscimento di spazi di socialità e di mutuo soccorso come beni comuni e il nascente audit sul debito, costituiscono il primo passo nella giusta direzione.

In secondo luogo, occorre valorizzare la potenza dirompente registrata da una formazione come i 5 Stelle che, al netto delle ambiguità, rappresenta oggi il miglior interlocutore che potessimo trovarci dinanzi a noi da qui ai prossimi anni. Il voto in massa registrato da Di Maio, Fico e company, oltre a rimandare a casa dieci anni di scellerate politiche di austerità, è stato un argine importante a sud alla Lega e al resto delle formazioni xenofobe e nazionaliste. Una vera e propria ricchezza.

 

  1. I cinque stelle e le destre: geografia delle Italie.

 

A 10 anni dalla sua nascita il Movimento 5 stelle non può essere considerato ancora una meteora del panorama politico italiano; ha ormai formato un’intera classe dirigente, il proprio elettorato è prevalentemente stabile e connotato culturalmente attorno ad alcuni punti centrali da sempre battuti dai pentastellati, dalle politiche legalitarie passando per il microcredito per le piccole imprese e il lavoro autonomo, fino alla questione del reddito di cittadinanza.

 

Non si tratta di un fenomeno folkoristico e passeggero, bensì di una forma strutturale di contrapposizione al circo dei partiti classici e alla loro perdita di consenso su un pezzo sempre più ampio di popolazione. A 10 anni dalla crisi del 2008 è evidente che per la maggioranza dei cittadini del sud, dei disoccupati, degli studenti, dei precari e dei lavoratori e delle lavoratrici del pubblico impiego, il movimento 5 stelle, al netto delle contraddizioni, rappresenti l’opzione più affidabile da contrapporre al renzismo, alle politiche dell’austerità e all’avanzata delle destre.

Non si può negare che l’assorbimento da parte di questa compagine politica delle contraddizioni e tensioni sociali e delle istanze di trasformazione politica sia parte di un più generale moto di reazione che si rivolge contro le lotte e i movimenti globali nelle forme che conosciamo, ma dentro questo più generale movimento è interessante guardare con più attenzione a quali spinte di democratizzazione, rinnovamento della classe politica e trasformazione delle condizioni sociali e della distribuzione della ricchezza vi trovino spazio.

Uno sguardo difficile: all’interno di questa marea convivono anime talvolta distinte talvolta apertamente contrapposte, che finiscono con l’assumere anche aspetti grotteschi (vedi la questione dei vaccini o dei flussi migratori).

Bollare tuttavia l’elettorato 5 stelle come fascista, non solo è strategicamente errato, ma non guarda alla realtà delle composizioni sociali che l’hanno votato in questi anni, ponendosi in chiave antiautoritaria e antifascista, a difesa dei territori e dei diritti sociali, per una visione (più dichiarata che praticata) di democrazia radicale. Al di là del voto, una parte della sua composizione si esprime in diverse forme di attivismo civico e sociale; molti dei suoi elettori e degli attivisti provengono infatti da esperienze di comitati territoriali No Tav, No Tap, No Muos, che altrimenti non avrebbero trovato collocazione e rappresentanza, se non nella recentissima esperienza di Potere al Popolo.

 

Che non si possa dire fascista l’elettorato 5 stelle sembra confermarlo anche un dato statistico. Un sondaggio dell’SWG commissionato subito dopo le elezioni, in cui si chiedeva agli elettori del M5S cosa votavano nel 1987, ha palesato un dato già evidente da anni agli occhi più attenti: Il 32% degli elettori del Pci di quegli anni oggi vota 5 stelle e solo il 9% vota Lega. Questo a dimostrazione che:

1- non è vero che la classe lavoratrice italiana si sia spostata da sinistra a destra, preferendo la Lega ad altre formazioni

2- che la parte più consistente dell’elettorato cosiddetto grillino viene da una formazione culturale di sinistra. A questi dati mancano quelli sui nati dopo il 1987, le nuove generazioni che oltre a  comporre una parte consistente di quell’elettorato, rappresentano i principali riferimenti soggettivi del suo immaginario.

Sono dati importanti a nostro avviso perché rappresentano a pieno la sconfitta della sinistra in questo paese. Ri-traducono in maniera semplice come, in assenza di opzioni classiche di sinistra, un pezzo consistente di lavoratori e lavoratrici, spesso precari e disoccupati, in buona parte giovani, abbiano bocciato radicalmente il Pd e la sua classe dirigente, affidandosi ad un’opzione nuova.

Probabilmente il limite che anche i pezzi più avanzati di movimento hanno sperimentato è stato ritenere che l’opzione di cambiamento della società appartenesse esclusivamente a determinate formazioni politiche, linguaggi e colori, non comprendendo che oggi parlare di “ricostruzione della sinistra” riporti costantemente la mente di tanti e tante ai fallimenti della sinistra italiana dai DS in poi, nessuno escluso.

 

Soprattutto, però, ciò che anche queste elezioni hanno evidenziato è il cedimento nella società di articolazioni sociali e presenza sui territori, unico vero fattore capace di connettere il dato dell’urna con i pezzi sociali storicamente di riferimento per la “sinistra”. Poche sono le eccezioni: Napoli ed altre città dimostrano, sebbene nei limiti di contesto precedentemente evidenziati, come l’affidabilità di alcuni soggetti ed il lavoro territoriale siano l’unica possibilità per sedimentare un’opzione politica che possa crescere negli anni e qualificarsi come  percorso di massa.

Le percentuali di voto per Pap nella nostra città ci raccontano anche questo (non vi è esaltazione in questa considerazione), perchè toccano il doppio e a volte anche il triplo del resto d’Italia (vedi Bagnoli). E’ inquietante, invece, che in molti collegi del nord, specie nelle realtà di provincia, Casa Pound, nonostante la misera performance livello nazionale, abbia superato Pap piantando la sua bandierina nel deserto sociale, politico e culturale e nella miseria della disgregazione e del razzismo dilagante.

 

Quello che complessivamente resta interessante è che, nonostante la martellante campagna elettorale, la presenza continua e costante delle destre in giornali e tv nazionali e la povertà dilagante in alcune città, qui al sud il voto sia riuscito a non esprimersi in forma di rancore verso gli ultimi. Non c’è da nascondere (ma anzi, affrontare con serietà) il fatto che le pulsioni razziste siano cresciute anche nei nostri territori nel corso di questi anni e che, in ultima analisi, attraversano anche una componente dell’elettorato 5stelle. Tuttavia, l’odio nei confronti della classe politica nel suo complesso ha prevalso anche a questo giro sui sentimenti di odio verso i più debole.

Questo dato va valorizzato e preso seriamente in considerazione, assumendo le profondi  differenze che spaccano il paese per condizioni economiche, sociali e politiche. Parlare di Italia ha probabilmente sempre meno senso quando ci troviamo a vivere tante Italie diverse.

Ultimo dato consacrato dalle urne è la trasformazione radicale del centro destra, che passa dalla direzione Berlusconiana a retorica “self-made man”, all’egemonia salviniana: sovranista, esplicitamente razzista e tacitamente rancorosa nei confronti dei meridionali che tirano giù l’economia del paese.
Anche se molti festeggiano i risultati elettorali da prefisso telefonico delle formazioni neofasciste, c’è poco da essere contenti: la destra ha ormai in blocco trasformato il berlusconismo in un bacino di consensi per il razzismo e in un violento processo di revisione del fascismo italiano.

 

Quello che succederà nelle prossime settimane è ancora difficile da definire. Gli scenari politici cambiano ad una velocità disarmante e l’unica cosa certa è il momento più basso della storia della sinistra storica e delle politiche neoliberali che l’hanno contraddistinta nel corso degli ultimi anni.

Diverse forze, in primo luogo la mai paga di sconfitte componente renziana, spingono per un accordo dei cinque stelle a destra: la strategia migliore per tradurre una potenziale ricchezza in un vero e proprio disastro.

In qualsiasi caso, tuttavia, toccherà resistere alle ondate razziste e antimeridionali di un parlamento targato Lega e ragionare sulle migliori strategie per aprire una fase di contraddizioni costituenti nei confronti dei 5stelle su temi cruciali quali reddito, austerity e flussi migratori.

Il dato che ci consola, invece, è che dove la presenza sui territori non ha ceduto, dove si sperimentano pratiche di solidarietà e mutualismo e si parla a tanti e tante, provando a costruire opzioni di blocco al comando capitalista, si riesce ancora a conquistare credibilità e consenso.

 

La sfida di questi prossimi anni sarà sicuramente quella di continuare su questa strada, ricercando la sintesi migliore tra il faticoso e costante lavoro quotidiano, le conquiste materiali ed un linguaggio e una forma che traducano in alto con semplicità ed efficacia la potenza di ciò che si può muovere dal basso.