Gli Spazi Liberati sono una cosa seria.

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È da qualche giorno che sulla stampa locale si parla, in termini fuorvianti e negativi, dei cosiddetti “centri sociali” napoletani.

L’episodio che ha scatenato questa tempesta è la partecipazione del sindaco a una festa privata, tenutasi nei locali di Mezzocannone Occupato.Il tenore del dibattito oscilla tra l’indignazione per la partecipazione del primo cittadino alla festa, alla criminalizzazione di tutti gli spazi occupati in città descritti come sedi del consenso elettorale. Non ci interessa nulla delle feste a cui il sindaco scelga di partecipare. Quello che ci preme, però, è chiarire una serie di questioni rispetto al nostro ruolo in città e soprattutto rispetto a quello che gli spazi sociali liberati rappresentano per migliaia di persone a Napoli.

MezzocannoneOccupato è uno spazio occupato e, ovviamente, non rappresenta tutti gli spazi sociali della città. Sono 15 spazi sociali occupati a Napoli, a cui si devono aggiungere ulteriori occupazioni aventi per finalità la risoluzione dell’emergenza abitativa. La stampa locale omette continuamente questo “piccolo” dettaglio e, in ogni occasione, considera un blocco monolitico l’intera schiera di spazi occupati ed esperienze autogestite, descrivendole come un moloch unico quando si tratta di decine di esperienze eterogenee, spesso profondamente diverse tra loro. Considerate come, nei locali di Mezzocannone, convivano due esperienze distinte,Mezzocannone Occupato e la Mensa Occupata. Due realtà gestite da due diversi collettivi diversi e aventi posizioni politiche, comunità di riferimento, obiettivi e organizzazioni sostanzialmente differenti.

Proprio per questo ribadiamo come non esista una rappresentanza dei “centri sociali” in consiglio comunale. La collettività di Napoli Direzione Opposta e gli spazi sociali che abitiamo (Zero81,Scugnizzo Liberato, Villa Medusa, Lido Pola, Cap di Soccavo e le diverse occupazioni abitative) si è sempre rappresentata da sé, sia nei confronti del sindaco che dello stesso consiglio comunale. Aggiungiamo che, storicamente, crediamo che i “centri sociali” napoletani non abbiano mai avuto bisogno di farsi rappresentare da nessuno. Se qualcuno, legittimamente, ha scelto di esprimere una propria rappresentanza in consiglio comunale o all’interno di organizzazioni politiche istituzionali lo fa a suo nome e non può essere ricondotto ai “centri sociali”.

Anche la delibera sui beni comuni – che vede coinvolti 7 spazi sociali della città (Ex Opg Je so Pazzo, Villa Medusa, Lido Pola, Ex Schipa, Santa Fede Liberata, l’Asilo, Scugnizzo Liberato) ed è costantemente citata a sproposito dalla stampa locale che la considera un voto di scambio tra sindaco e spazi sociali – non vede coinvolti i locali di Mezzocannone che, essendo di proprietà dell’Adisu, sono estranei a questo processo frutto del lavoro diretto delle comunità che animano gli spazi liberati e l’assessorato ai Beni Comuni. Un lavoro difficile e complesso, che ha portato alla stesura di una delibera avanzatissima, ma che non riteniamo concluso: il suo percorso e i suoi sviluppi sono, infatti, ancora oggetto discussione tra queste comunità, le tante nuove realtà nate sul territorio cittadino e metropolitano e l’amministrazione.

Abbiamo virgolettato le parole “centri sociali”perché sono anni che i nostri spazi non hanno più questa denominazione. A essa preferiamole parole Laboratorio o Spazio Liberato, allo scopo di riconoscere e rimarcare una diversità rispetto al ciclo delle occupazioni dei “centri sociali” degli ‘90. Un ciclo senza il quale, oggi, non saremo qui, ma che si è sviluppato in un periodo storico e politico completamente diverso, che si esprime in pratiche differenti e che possiamo dire concluso.

Gli spazi liberati sono veri e propri beni comuni per la città e svolgono un ruolo fondamentale di coesione sociale, in paese in cui il welfare è stato definitivamente smantellato dalle politiche neoliberiste provocando danni gravissimi, sentiti con particolare forza in città come Napoli, martoriate da mille problemi sociali. Questi spazi sono tutt’altro che un privilegio, come vorrebbero far credere alcuni giornalisti e pezzi della destra cittadina. Sono luoghi che versavano nel degrado e nell’abbandono: solo grazie al lavoro e al tempo dedicatogli da centinaia di abitanti dei territori in cui si trovano, oggi sono a disposizione delle collettività che li attraversano. È solo con le forze e le energie di queste comunità che abbiamo potuto cambiare questo destino e abbiamo salvato dalla possibilità di svendita pezzi importanti del patrimonio pubblico della nostra città. Questi luoghi sono parti della storia di Napoli che sarebbero state oggetto di speculazione, come accaduto in tante altre città del paese. Soprattutto, oggi, sono luoghi in cui convivono doposcuola, palestre popolari, sportelli per la casa e per il lavoro, ambulatori popolari, proposte culturali indipendenti (musicali, editoriali e così via) che arricchiscono il panorama della città.

Se la stampa si scandalizza per le feste, noi sottolineiamo che di feste ne facciamo. Ma non ci fermiamo solo a questi momenti di convivialità: partecipiamo alle consulte della notte, proviamo insieme agli abitanti dei territorio in cui insistiamo a concordare orari di apertura e chiusura, mettiamo gratuitamente i nostri spazi a disposizione anche per momenti privati (le comunioni o i compleanni dei bambini del doposcuola o eventi religiosi delle minoranze che vivono nei nostri quartieri), eventi per cui tante persone non possono permettersi un locale privato e a cui le istituzioni non assicurano alcunché.

Invitiamo le associazioni,citate come le realtà danneggiate dalla necessità di dover pagare utenze e fitti, a visitare i nostri spazi e condividere con noi le problematiche di gestione di questi luoghi. In tanti e tante hanno già potuto toccare con mano questa realtà e hanno deciso di mettersi in gioco,tenendo negli spazi le proprie attività condividendo l’autoregolamentazione e l’autorganizzazione che le comunità si danno.

Non ci scandalizziamo per il sindaco e la sua vita privata. Ci impressiona molto di più la disinformazione e la mediocrità con cui si affronta un argomento complesso come quello degli spazi liberati, definiti dallo stesso rettore Manfredi «una risorsa da non criminalizzare». Se il sindaco desidera ballare e fare trenini, non ci interessa. L’abbiamo visto ballare, come tante altre persone, anche altre volte durante gli eventi musicali popolari organizzati all’interno dei nostri spazi.

Quello che ci preme è che, dal giorno dopo,si affrontino le questioni della città: la vicenda del debito, la crisi del trasporto pubblico, le emergenze legate alla disoccupazione e alla questione abitativa, la lotta per cambiare lo stato delle periferie e dei loro abitanti – per citare solo alcuni dei temi e delle vertenze che ci hanno visto, in questi anni,criticare anche duramente l’amministrazione. Siamo e saremo sempre al fianco di quella parte della città e dei suoi abitanti che non si arrende e che, nonostante la disoccupazione o la precarietà, i problemi personali,si impegna ogni giorno in prima persona per un cambiamento reale e radicale di Napoli.

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