No al debito: Che strada prendere e perché scendere in piazza il 14 aprile.

283

Un nostro editoriale sulla questione del debito del comune di Napoli e i possibili scenari futuri

Il rapporto strutturalmente problematico tra “tecnica” e “politica” è drammaticamente peggiorato nel corso degli ultimi decenni, divaricando la relazione (almeno) ugualmente problematica tra popolo e democrazia.

Istituzioni finanziarie sovranazionali, governi tecnici nazionali, gestioni commissariali degli enti locali sono alcuni degli esempi più drammatici che abbiamo conosciuto nel corso di questi anni: forme “democraticamente” previste con le quali la politica delle lobby utilizza la “tecnica” per spogliare i territori di potere decisionale sulle scelte pubbliche.

Ugualmente, abbiamo frequentemente assistito a dibattiti politici che, avvolti da tecnicismi incomprensibili, producono scelte politiche che alla fine ricadono sulla testa di chi sta in basso e continua a pagare i costi di un sistema socio-economico criminoso.

Il nuovo caso napoletano, quello che riguarda il debito del Comune e la sanzione della Corte de Conti per elusione del vincolo sul pareggio di Bilancio del 2016, è l’ultima tragica partita “tecnica” che si gioca sulla testa del già martoriato popolo napoletano. Tuttavia, invece che svilupparsi in una discussione seria ed orientata alla salvaguardia dell’interesse generale, da alcune settimane il dibattito pubblico cittadino ha trovato in questa vicenda un nuovo terreno di scontro politico tra sostenitori e nemici del sindaco.

Uno scontro che assume tratti grotteschi quando a prendere parola sono i criminali del PD che sullo stato debitorio presente e futuro delle casse napoletane hanno la quota maggiore di responsabilità (tra le cose che nessuno dice, infatti, andrebbero immediatamente desecretati e stracciati alcuni titoli derivati contratti dalle giunte piddiste in tempi non sospetti: un ulteriore mannaia che si abbatterà sulla vita della città da qui a qualche anno!).

In tempi non sospetti tra le realtà di movimento abbiamo cominciato a investigare il tema del debito del comune (https://bit.ly/2GIwnS4), non certo per passione della finanza pubblica locale, ma perché ben coscienti del fatto che a pagarne i costi, ancora una volta, sarebbero stati gli abitanti della città. Perché questo avvenga, in primo luogo c’è bisogno di rompere la distanza che anche in questa vicenda esiste tra tecnica e politica. Per questa ragione, sabato mattina abbiamo invitato il Sindaco De Magistris e l’Assessore Panini ad un confronto pubblico (Napoli non si vende!) in piazza San Domenico Maggiore, accogliendo gli aspetti condivisibili delle loro scelte, criticandone quelli socialmente problematici e proponendo una battaglia vera e di più lungo respiro contro il debito ingiusto.

Come abbiamo ripetutamente sottolineato in piazza, la mobilitazione convocata dal Sindaco per il 14 aprile a Piazza Municipio contro la sanzione della Corte dei Conti relativa al mancato pagamento del C38 è un momento importante in cui è necessario essere tutti presenti, ma a condizione che la battaglia non si limiti ad esso, estendendosi a tutte le componenti ingiuste del debito, alla ridiscussione del piano di riequilibrio ed allo sblocco della finanza pubblica locale ingabbiata dall’abominio rappresentato da vincolo sul pareggio di bilancio in costituzione.

Nel corso dei prossimi anni, infatti, saranno diversi i debiti che andranno in scadenza ( cassetta degli attrezzi) e molti altri scatteranno anche quando l’amministrazione De Magistris sarà conclusa. Se a ciascuno di questi momenti si procederà con la vendita di pezzi di città come accaduto con il piano di riequilibrio da poco varato, il dissesto finanziario si tradurrà in un completo dissesto sociale.

Alcuni, criticando apertamente il sindaco per i deficit amministrativi palesati in questa storia, richiedono la dichiarazione di dissesto da parte del Comune. E’ chiaro che a questi signori poco interessa veramente della città e dei costi sociali rappresentati da questa ipotesi. Il nostro punto di vista è molto semplice: la città non dev’essere venduta, perché in tal caso a pagare saremo noi abitanti. E’ per questa ragione che anche l’istituto del dissesto va rigorosamente rifiutato perché implicherebbe un nuovo commissariamento della città: ancora una volta tecnici non espressone del mandato popolare  deciderebbero arbitrariamente come riportare in equilibrio le casse pubbliche. E’ chiaro che ancora una volta a pagare saremmo noi.

D’altro canto, o l’amministrazione trova il coraggio per costruire in questi termini e insieme alla città questa battaglia oppure cammineremo su strade decisamente diverse.

Si tratta di procedere per step e di costruire una battaglia inedita, ma di certo non eccezionale. Lo stato delle casse del comune di Napoli è infatti simile a quella di decine e decine di Comuni (in particolare meridionali) che hanno davanti a se due ipotesi: far fronte comune o dar luogo al compimento di quel lento processo di impoverimento di alcuni territori del paese e lo svuotamento di decisionalità delle sue istituzioni a cui assistiamo da anni.

Essere in piazza in tanti sabato 14 aprile e ribadire che il problema non è solo il C38, ma che  “Napoli non si vende” è il primo passo indispensabile che tutti insieme dobbiamo percorrere.

Mercoledi 18 aprile è il secondo passo. Ci convochiamo per la prima volta come Commissione napoletana di Audit sul debito del comune. Si tratta del primo spazio politico dove cominciare a risolvere la distanza tra i tecnicismi della materia e il diritto di decidere, dal basso, sulla finanza locale e sul presente e futuro della città. E’ li che insieme ci daremo lo spazio per immaginare i passi successivi di questa battaglia, con chiunque sia intenzionato ad esserci, senza speculare, ancora una volta, su Napoli e tutti noi che ancora resistiamo in questa città.